Se oggi dovessimo chiedere a un giovane che cos’è il confessionale, con tutta probabilità la risposta sarebbe riferita al luogo più intimo presente nella casa del programma televisivo “Grande fratello”, giunto alla XIX edizione e ancora capace di attrarre milioni di telespettatori.
Il fatto che il termine “confessionale” oggi venga più facilmente riferito a tale programma e non alla Chiesa, non è solo il sintomo di un progressivo calo di interesse nei confronti della spiritualità (o almeno di quella codificata nelle religioni) ma è soprattutto il segnale, forse inquietante ma oggettivamente indiscutibile, del dilagare di un certo tipo di contenuti audiovisivi nei media sia tradizionali che digitali.
È da tale riflessione che parte un recente saggio pubblicato da La Nave di Teseo ed intitolato “Il senso della realtà”. L’autrice del testo è Anna Maria Lorusso, docente di semiologia a Bologna ed allieva di Umberto Eco: proprio seguendo la lezione metodologica dell’illustre maestro, l’autrice analizza senza spocchia professorale il cosiddetto “livello alto” affiancandolo al cosiddetto “livello basso”, soffermandosi sull’evoluzione del linguaggio televisivo (e dei social media) nel corso degli ultimi anni, alla stessa maniera delle famose “bustine di Minerva” scritte per L’Espresso da Eco.
Il nucleo del libro è la ricerca delle radici profonde del successo del “trash”, termine arrivato nei dizionari italiani già nel 1983 ad indicare un recupero compiaciuto di tutto ciò che è deteriore, con particolare riguardo a certe produzioni cinematografiche, televisive e web.
La Lorusso ricorda che, per sociologi e semiologi, il terreno di coltura del trash è quantomai ambiente stimolante per la ricerca, a cominciare dalle pulsioni che si celano dietro alla fruizione, spesso taciuta per imbarazzo, di certi programmi televisivi come L’isola dei famosi, Uomini e donne, Temptation Island, il citato Grande Fratello e più in generale i cosiddetti reality show.
Il perché del successo di certi prodotti viene spiegato con un insieme di concause di pari importanza: sembrerebbe che al desiderio di spensieratezza dopo una giornata di fatiche dello spettatore medio, si aggiunga il fatto che certi programmi televisivi sono costruiti in maniera diabolicamente perfetta per agire su quello che in anatomia si chiama archipallio, ovvero su “l’animale che mi porto dentro”, come cantava Battiato nel 1985, cioè sulla parte più arcaica del nostro cervello.
Registi, scenografi, costumisti ed autori, agiscono infatti in sinergia affinchè vi sia una studiata alternanza di momenti emotivamente coinvolgenti, mirati cioè alla nostra parte voyeristica ed ormonale, stimolata da colpi di scena, competizioni, invidie, gelosie, tradimenti, studiati alterchi etc. calibrati per tenere sempre desta l’attenzione di chi è davanti al teleschermo.
Non meno importante è poi il fatto che, coerentemente ai nuovi linguaggi mediali, i contenuti di tali programmi vengano parcellizzati, ovvero costruiti ad hoc per poter essere poi nuovamente fruiti sotto forma di reels nei social network.

Altra leva fondamentale al successo di prodotti televisivi oggettivamente spesso imbarazzanti risiede infine nel rispecchiamento narcisistico, ossia nel fatto che i concorrenti/partecipanti vengono artatamente selezionati perché possano generare nello spettatore medio un senso di superiorità.
Vengono in mente a tale proposito le celeberrime considerazioni contenute in “Fenomenologia di Mike Bongiorno” del 1961: in quel breve testo Eco descriveva la compiaciuta mediocrità del presentatore statunitense, insistendo sul fatto che egli tendesse al “livellamento al livello zero”, attraverso un parlato privo di subordinate, congiuntivi e pronomi e attraverso un atteggiamento acritico nei confronti dei cosiddetti dotti.
Eco stigmatizzava inoltre l’atteggiamento di ammirata inferiorità che dimostrava Bongiorno nei confronti dei concorrenti dei quiz televisivi invero capaci solo di una conoscenza di carattere mnemonico, così da incarnare l’emblema dell’every man contrapposto al mito del superuomo (Mike Bongiorno raccontò in seguito che pianse a lungo a causa di quel saggio).
La Lorusso nel suo libro cita inoltre altri studi utili a comprendere la deriva di questi ultimi anni, riferendosi anzitutto a Popper e al suo libro “Cattiva maestra televisione” del 1994 nel quale l’autore indicava nella babysitter elettronica uno strumento foriero di contenuti erotizzanti e violenti capaci di turbare la psiche dei più piccoli e addirittura ipotizzando la necessità di una sorta di controllo governativo sui palinsesti televisivi o almeno sulla programmazione rivolta ai più giovani.
Di fatto è noto che dagli anni Novanta si è verificato il “fenomeno Flynn”, ossia un progressivo deterioramento del quoziente intellettivo medio correlato, secondo pedagogisti e neurofisiologi, all’uso massivo di strumenti tecnologici veicolanti soprattutto contenuti ludici.
Si legge infine nel libro della Lorusso che già Neil Postman, sociologo americano, aveva intuito i fenomeni preoccupanti che caratterizzano questi anni: interessante a tale proposito era stata la ricerca contenuta nel suo volume intitolato “Divertirsi da morire” (presentato al Salone di Francoforte non a caso nel 1984, in onore dell’omonimo libro di Orwell), nel quale egli distingueva una florida intelligenza tipografica (generatasi da Gutenberg all’Illuminismo e oltre) rispetto ad una sorta di rinsecchimento cognitivo cagionato anche solo dalla semplice fruizione (passiva) dei teleschermi ed aggravato dal dilagare di contenuti di scarsa qualità.
I più recenti studi in materia ci confermano che il trash televisivo e dei social media provoca superficialità e incapacità a concentrarsi al punto che staremmo vivendo una nuova “età barbarica”, come l’aveva definita Postman, caratterizzata da una massa di individui sempre più infantili, distratti e quindi inevitabilmente appagati da contenuti puerilizzanti, in un “concorso di colpa” tra i reality show e i solo apparentemente seri talk show televisivi.
“Il senso della realtà. Dalla tv all’intelligenza artificiale”
di Anna Maria Lorusso
La Nave di Teseo editore- 2025
pp.256- Euro 17,00
*Recensione a cura di Alessandro Epifani