Giacomo Rizzo
«Tre euro a consegna, quaranta chilometri al giorno e si lavora anche quando si sta male». La voce dei rider rompe il silenzio dietro le consegne a domicilio che ogni giorno arrivano davanti alle porte delle case. Un lavoro invisibile, fatto di pedalate, attese e rischi, che a Taranto la Cgil ha portato al centro di una conferenza stampa nella sede del sindacato nell’ambito della mobilitazione nazionale.
Nel mirino ci sono le condizioni di lavoro sulle piattaforme digitali di consegna, in particolare Glovo e Deliveroo. Sono circa 250 i rider che lavorano in provincia di Taranto. «Accanto a pakistani, afghani, in Italia – hanno spiegato dal sindacato – perché le polveriere dei loro paesi di origine non consentono più una vita degna, ci sono i rider italiani. Spesso ultracinquantenni che la crisi del manifatturiero costringe a sbarcare il lunario tornando a bordo di una bici o di un motorino anche sotto la pioggia o il caldo torrido. È una guerra tra poveri. Non sono inquadrati come dipendenti di pizzerie, ristoranti, sushi bar o supermercati e neanche delle multinazionali delle consegne a domicilio malgrado la loro vita si svolga tutta attaccata ad un cellulare che dà loro ordini continui perché se non sei perennemente a disposizione vale la regola dell’avanti un altro».
Alla conferenza stampa hanno partecipato il segretario generale di Nidil Cgil Luca Surico, il segretario della Filt Cgil Michele De Ponzio e il segretario generale della Camera del Lavoro di Taranto Giovanni D’Arcangelo. Ma a colpire sono state soprattutto le testimonianze dei lavoratori, raccolte in forma anonima.
«Per un ordine – ha raccontato un rider pakistano – pagano tre o quattro euro. In un giorno faccio anche trenta o quaranta chilometri e alla fine porto a casa venti euro».

Lavora tutti i giorni, dal lunedì alla domenica: «A fine mese arrivo a 700, massimo 900 euro».
E quando ci si ammala non ci sono alternative. «Se sto male devo lavorare lo stesso», ha ammesso. Niente ferie, niente malattia, nessuna copertura in caso di incidenti.
Un altro episodio svelato durante l’incontro fotografa bene la precarietà del sistema. «Ho avuto un incidente durante una consegna. Avevo già pagato il ristorante – ha reso noto uno dei rider intervistati – per l’ordine. Ho chiamato la piattaforma ma hanno solo chiuso la consegna. Non mi hanno rimborsato i soldi e non mi hanno aiutato».
In molti subiscono il furto delle biciclette che utilizzano per gli spostamenti e uno di loro è stato anche aggredito per aver cercato di opporsi, finendo al pronto soccorso. Il sindacato ha citato anche il caso delle consegne utilizzate come esche. I rider non devono consegnare al piano, ma se non lo fanno spesso i clienti si vendicano con la cancellazione dell’ordine, così i soldi anticipati al supermercato, alla pizzeria o al fast-food non sono rimborsati dalla piattaforma. Non resta, pertanto, che salire al piano. Ma sempre più spesso giù in strada c’è il palo che ruba la bicicletta.
Storie che, secondo la Cgil, sono il risultato di un sistema governato dagli algoritmi delle piattaforme. «Questi lavoratori – ha precisato Luca Surico del Nidil – sono spesso in grande difficoltà. Se si fanno male o hanno un incidente la piattaforma non li aiuta in alcun modo. L’attività dei ciclofattorini diventa, molto spesso, unica fonte di reddito familiare. Proprio in questo contesto si è collocata l’attività della procura di Milano, che sta indagando sullo sfruttamento da parte delle piattaforme dello stato di necessità dei lavoratori e delle lavoratrici». Possono arrivare «a guadagnare 800 o 900 euro mensili, quando va bene, ma – ha proseguito il sindacalista – a comandare è un fantomatico algoritmo che smista le consegne e che se un giorno ti trova ammalata, sconnesso o con la bici o il mezzo di trasporto rubato, farà a meno di te per le prossime settimane».
Si parla di «consegne a 3,5 euro, che spesso richiedono spostamenti importanti, e la concorrenza innescata proprio da quell’algoritmo – ha puntualizzato Surico – stanno determinando una riduzione dei compensi mensili. Così ci sono rider che non riescono a percepire più di 400/500 euro e quelli che riescono a guadagnare di più sono quelli connessi anche più di 10 ore al giorno, 7 giorni su 7, che non si sono mai potuti permettere di essere ammalati, o che non hanno mai potuto concedersi un giorno di riposo perché senza mantenere quei ritmi di lavoro non si riesce ad avere un compenso che possa far fronte alle esigenze personali o familiari».
Per questo la rivendicazione principale della Cgil è l’applicazione del contratto nazionale della logistica. «Garantirebbe un compenso equo e diritti fondamentali come malattia, ferie, tredicesima, quattordicesima e Tfr. Tutte tutele Tfr – ha evidenziato il dirigente sindacale – che oggi i rider non hanno».
Il fenomeno, come spiegato dal segretario della Camera del Lavoro Giovanni D’Arcangelo, riguarda anche Taranto. «Siamo di fronte a lavori che si svolgono in condizioni di schiavitù, di caporalato digitale si potrebbe dire e bene ha fatto la Procura di Milano ad aprire un’indagine che ha portato al controllo giudiziario delle piattaforme digitali di Deliveroo e Glovo, ree di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. L’inchiesta conferma anche come sia indispensabile poter contare su una magistratura libera da condizionamenti di politica e potentati economici, tanto che riesce ad andare contro a multinazionali per difendere i più deboli».
Nei prossimi giorni la Cgil, ha annunciato D’Arcangelo, chiederà un incontro al sindaco Piero Bitetti «per discutere l’istituzione di una “casa dei rider”, uno spazio dove i lavoratori possano fermarsi durante le pause. Stanno sempre in strada. Servirebbe un luogo dove possano riposarsi, ricaricare il telefono, ripararsi. In molte città esiste già. Sarebbe un segno di civiltà anche per Taranto».
Sulla stessa linea il segretario della Fit Cgil Michele De Ponzio. «Il settore della logistica – ha affermato – è cresciuto enormemente negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia. Ma questa crescita non può avvenire togliendo diritti. È necessario che i rider siano coperti dal contratto collettivo nazionale della logistica».
Dietro ogni consegna c’è una storia di lavoro precario. E dietro il suono di un citofono, spesso, anche la fatica di chi pedala per ore per racimolare pochi euro.
