Giacomo Rizzo
L’ombra del conflitto in Medio Oriente si allunga fino ai distributori di Taranto e della Puglia, dove l’ennesima impennata dei carburanti riaccende paure e polemiche. La benzina supera 1,7 euro al litro in modalità self service, il gasolio vola oltre 1,8 euro, ai massimi da oltre due anni. Numeri che pesano su una provincia già provata da crisi industriali, caro vita e vertenze occupazionali.
Secondo le rilevazioni nazionali, la benzina self service si attesta a 1,724 euro al litro, il diesel a 1,815. Ancora più alti i prezzi in autostrada, dove il servito sfonda quota 2 euro. Un’escalation che rischia di riflettersi su trasporti, logistica e carrello della spesa, in una regione dove l’80% delle merci viaggia su gomma.
A spiegare cosa sta accadendo è Paolo Castellana, presidente provinciale Figisc Confcommercio e vicepresidente nazionale. «È risaputo – afferma – che è tutto legato a quello che sta succedendo a livello mondiale. Se c’è o meno speculazione ci sono gli organi preposti che possono tranquillamente verificare se si sta verificando qualcosa del genere».
Castellana respinge le accuse ai gestori: «Non sono i gestori dei punti vendita carburante che fanno il prezzo al distributore ma gli viene comunicato dalle società petrolifere che possono decidere di aumentare immediatamente quando c’è un rialzo del greggio oppure possono dilazionare l’aumento utilizzando le scorte che già hanno».
Il nodo è l’asimmetria. «Se questo discorso – sostiene Castellana – è valido quando aumenta dovrebbe essere valido anche quando diminuisce, cioè se sono celeri nell’aumentare il prezzo quando aumenta il greggio dovrebbero essere celeri anche nel momento in cui diminuisce il prezzo del greggio».
Il barile, ricorda, è passato «da 60 a 88 euro», con aumenti nazionali fino a 14-16 centesimi sul gasolio e circa 5 sulla benzina. «In Puglia e a Taranto è uguale. Non c’è stata differenza geografica. Ci siamo sentiti con colleghi di Sardegna, Sicilia, Valle d’Aosta: ovunque è così».
Intanto il governo accelera sul monitoraggio. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha convocato la Commissione di allerta rapida, mentre si rafforza il controllo sui listini e sui margini di distribuzione. Le tensioni legate allo Stretto di Hormuz – snodo da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale – alimentano volatilità e timori inflattivi.

Castellana guarda alle possibili contromisure: «Credo però che il governo, al di là dei controlli su eventuali speculazioni, ha un’altra arma in più, quella tra virgolette delle accise mobili, cioè in queste situazioni potrebbe diminuire le accise sui carburanti e poi riaumentarle nel momento in cui la situazione ritorni normale. Si potrebbe pensare anche a sterilizzare questi sbalzi dovuti all’aumento del greggio abbassando le accise in maniera tale che il consumatore finale poi non risenta effettivamente dell’aumento».
Tra i gestori, assicura, non ci sono scostamenti rilevanti: «La differenza è quella normalmente dovuta alla libera concorrenza, cioè parliamo di due-massimo tre centesimi tra compagnia e compagnia. Un giorno c’è una compagnia che ha un centesimo più alto, il giorno dopo sarà l’altra compagnia».
Sul fronte consumatori, fioccano le segnalazioni all’Antitrust. Le associazioni denunciano «anomalie» e parlano di «escalation repentina». Anche Assotir ha scritto al ministro dei Trasporti Matteo Salvini chiedendo misure urgenti per contenere lo shock.
A Taranto, dove il costo del pieno incide su lavoratori pendolari, autotrasportatori e famiglie, l’ennesimo rincaro rischia di diventare una miccia sociale. E mentre la politica promette verifiche e trasparenza, alla pompa di benzina l’unica e amara certezza, per ora, è il prezzo che sale.