Pedalano tra pioggia e traffico, con uno zaino sulle spalle e un’app che scandisce tempi e tragitti. Il lavoro dei rider torna sotto i riflettori dopo l’indagine della Procura di Milano sul sistema del food delivery, che ipotizza il reato di «caporalato economico» su migliaia di fattorini in tutta Italia e ha portato al controllo giudiziario di Foodinho Srl, società che opera per conto di Glovo e che registra un fatturato annuo di circa 255 milioni di euro.
Nel mirino dei magistrati la catena dei subappalti, l’uso di algoritmi e sistemi premiali o penalizzanti e paghe ritenute troppo basse: 2,50 euro a consegna, fino a 3,50 nei weekend o per tratte più lunghe. Tradotto: tra 1.000 e 1.200 euro lordi al mese nelle ipotesi più favorevoli, con punte di 800-900 euro per chi lavora anche 12 ore al giorno.
L’onda lunga dell’inchiesta arriva fino al Sud.
A Taranto i rider sarebbero tra 130 e 160. Qui il clima, almeno per ora, non è quello raccontato dalle carte milanesi.

La paga varia da città a città. «La tariffa minima dipende da distanza, orario, condizioni. La stessa consegna alle 21 viene pagata più che alle 15», chiarisce Gianni Manca, responsabile Sud della Felsa Cisl e rider lui stesso.
Il punto critico è il modello organizzativo. A maggio 2025 Glovo ha abbandonato il sistema a calendario, passando al «free login»: ci si può collegare quando si vuole. «Prima – racconta Manca – c’era un sistema di valutazione che portava a un punteggio di eccellenza. In base al ranking potevi scegliere le ore. La flotta era contingentata: scendevi in strada e avevi una sorta di guadagno più prevedibile». Oggi, invece, «possono esserci 100 ordini e 1.000 rider online. È chiaro che non si avrà mai un guadagno equo in quel caso».
L’autonomia è reale ma con rischi evidenti. «Posso restare collegato 12 ore – racconta Manca – e non ricevere neanche una consegna, perché magari sono lontano dalla “zona calda” o ci sono troppi rider rispetto agli ordini. È un sistema a cottimo, e su questo non siamo d’accordo. Altra cosa che può succedere è che si stia online con più piattaforme. Posso accettare Deliveroo e rifiutare Glovo o viceversa. Può andare bene, se poi arrivano altre proposte. Ma – ammette il sindacalista – non puoi saperlo. Potresti riuscire a farne solo una in quel lasso di tempo».
La geolocalizzazione è costante, i tempi monitorati. In passato anche il riconoscimento facciale per accedere alla piattaforma è stato ritenuto discriminatorio perché prevedeva sanzioni diverse a seconda della città.
Eppure, per molti, resta un lavoro necessario. Francesco, nome di fantasia, racconta la routine: «Devi farti trovare sempre pronto. Prepari la bici, che è tua. Ti danno un giubbotto su cauzione. Parti anche con il buio e la pioggia. Devi fare in fretta perché il cibo si fredda. La paga è bassa, le mance quasi inesistenti. Ma è pur sempre un lavoro».
La Felsa Cisl invita a non generalizzare. «Non è così tragica come viene descritta in questi giorni», osserva Manca, pur ammettendo che «criticità ce ne sono. La flotta è maggiore rispetto agli ordini. C’è poca richiesta, insomma, in rapporto al numero di rider in circolazione».
Quanto alla distribuzione dei lavoratori, c’è una proporzione quasi paritaria tra italiani e stranieri. «Non è facile il censimento perché comunque il sistema consente la libera circolazione fra le aree, cioè è possibile che 10 rider che oggi lavorano qui domani potrebbero essere a Palermo. A Lecce siamo circa 120, a Taranto qualcosa in più. Noi – rivendica Manca – siamo gente che lo fa di primo lavoro e ci fa mangiare i figli».
Per Concetta Simeone, segretaria Felsa Cisl Taranto-Brindisi, «non è vero che non ci sono tutele, abbiamo quelle per l’infortunio sul lavoro ad esempio. La situazione prospettata è delicata, ma attendiamo gli esiti dell’indagine della magistratura. Se le responsabilità fossero confermate, saremmo di fronte a pratiche contro i principi fondamentali del nostro ordinamento. Parliamo di salario equo e sicurezza. Fino a quando non si avrà un riscontro, non possiamo dire quali saranno le azioni che verranno intraprese. Certo è che bisogna assicurare ai lavoratori, attraverso una assunzione di responsabilità da parte di tutti, tutele e diritti».
La maggior parte dei rider opera con partita Iva, dunque come autonomi. Fa eccezione Just Eat, che applica un contratto collettivo nazionale dei trasporti.
«Segnalazioni così tragiche come la realtà di Milano a noi non sono arrivate», afferma Luca Surico, Nidil Cgil Taranto.
Ma il nodo resta il cottimo: «Quello che chiediamo è che per il tempo in cui sono a disposizione delle piattaforme, quindi dal login al logout, vengano retribuiti in qualche modo e si arrivi a una soglia che non sia così ridicola come quella che abbiamo visto nei casi finiti in Procura. Si parla addirittura di 2,50 euro, sono cose vergognose. Qui meno di 3-3,50 euro non pagano. Però bisogna stare sempre collegati nell’attesa di ricevere l’ordine, è veramente una realtà brutta. Si parla di persone in grave stato di necessità che accettano questo lavoro». A Taranto, precisa, «operano attualmente tre piattaforme, Glovo, Deliveroo e Just Eat. Proprio Just Eat è quella che già si è mossa verso la subordinazione dei lavoratori, quindi hanno un contratto collettivo nazionale applicato. Sono lavoratori a tempo indeterminato. Nel momento in cui si loggano iniziano ad essere retribuiti. A Taranto sono orientativamente una trentina. Sono molti di più su Glovo e un po’ su Deliveroo».

L’inchiesta milanese ha acceso un faro nazionale su un settore che ha cambiato le abitudini di consumo ma che resta sospeso tra flessibilità e precarietà. La partita si gioca su un equilibrio difficile: garantire tutele senza cancellare un modello che per molti rappresenta l’unica porta d’ingresso nel mercato del lavoro.
Nel frattempo, nelle strade di Taranto come in quelle delle grandi metropoli, i rider continuano a pedalare, con lo smartphone acceso e l’attesa di una notifica che vale pochi euro.